Competitività UE, il vertice informale del 12 febbraio e la sfida del mercato unico

11 Febbraio 2026

Il 12 febbraio 2026 i leader dell’Unione europea si riuniranno al castello di Alden Biesen, in Belgio, per un incontro informale dedicato alla competitività e al rafforzamento del mercato unico. Nella lettera d’invito ai membri del Consiglio europeo, il presidente António Costa indica con chiarezza l’obiettivo politico: imprimere alla competitività lo stesso impulso strategico che nel 2025 era stato dato al tema della difesa. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, squilibri commerciali e crescente competizione globale, il rafforzamento del mercato unico viene definito un “imperativo strategico urgente”.

Due assi di discussione: geoeconomia e politiche interne

Il vertice si articolerà attorno a due dimensioni principali: la prima riguarda il posizionamento dell’UE in un mondo caratterizzato da concorrenza economica accresciuta, non sempre equa, e da dipendenze strategiche in settori come materie prime critiche e tecnologie avanzate. Sul tavolo: autonomia strategica, protezione mirata dei settori chiave, preferenza europea in comparti strategici e riduzione dei rischi economici.

La seconda dimensione è interna: completamento del mercato unico, creazione di un possibile “28° regime” per facilitare la crescita delle imprese, integrazione dei mercati dei capitali, semplificazione normativa e consolidamento industriale per raggiungere dimensioni di scala adeguate alla competizione globale.

Al dibattito contribuiranno anche Mario Draghi ed Enrico Letta, chiamati a sviluppare le riflessioni contenute nei loro rapporti sulla competitività europea e sull’approfondimento del mercato unico.

Se la cornice è ambiziosa, il rischio politico è che la discussione si concentri prevalentemente su deregulation, costi energetici ed eventuali correttivi al sistema ETS, lasciando in secondo piano i fattori strutturali che incidono sulla capacità industriale europea. Tra questi insufficiente domanda per prodotti e materiali a basse emissioni, frammentazione normativa e operativa dei mercati, difficoltà di scale-up per le imprese innovative e gap di finanziamento per tecnologie pulite e filiere strategiche. Senza un intervento sul lato della domanda, la competitività rischia di restare un obiettivo dichiarato ma non sostenuto da strumenti coerenti.

La domanda pubblica come leva industriale

In questo scenario, il ruolo degli appalti pubblici assume una rilevanza centrale. Con un valore pari a circa il 14% del PIL europeo, la domanda pubblica rappresenta una leva strutturale per creare mercati guida per tecnologie pulite, ridurre il rischio degli investimenti industriali, favorire la crescita di filiere europee resilienti.

Il Green Public Procurement non è soltanto uno strumento ambientale, ma un dispositivo di politica industriale in grado di orientare produzione, innovazione e investimenti. Allo stesso modo, il dibattito sulla “preferenza europea” può trovare un equilibrio tra apertura commerciale e tutela strategica, evitando derive protezionistiche ma riconoscendo la necessità di rafforzare l’autonomia economica dell’Unione.

In tal senso, l’Italia rappresenta un caso significativo. I Criteri Ambientali Minimi (CAM) hanno integrato in modo sistematico sostenibilità e appalti pubblici, creando un quadro stabile di domanda qualificata per prodotti e servizi a minore impatto ambientale. Si tratta di uno degli esempi più avanzati in Europa di utilizzo della leva pubblica per accompagnare la trasformazione industriale. Un modello che può contribuire al dibattito europeo proprio nel momento in cui si discute di come rafforzare il mercato unico senza indebolire gli obiettivi climatici.

Il vertice del 12 febbraio rappresenta dunque un passaggio politico rilevante. L’esito delle discussioni influenzerà non solo il Consiglio europeo formale di marzo, ma anche l’orientamento futuro delle politiche industriali e climatiche dell’Unione. La sfida è chiara: rafforzare la competitività europea senza arretrare sul fronte della transizione. In un contesto globale sempre più competitivo, la costruzione di mercati europei per tecnologie pulite e materiali a basse emissioni non è un vincolo regolatorio, ma una condizione per la tenuta industriale e strategica dell’Unione.

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